La musica è rimasta senza una casa

Vinile. Fine anni 80, inizio 90. Ogni sabato uscivo di casa alle 3 del pomeriggio circa con 50mila lire in tasca, qualche cosina in più se ero riuscito a risparmiarle la settimana prima, qualche cosina in meno se me li ero spesi per le merende a scuola. Mi vedevo con i miei amici in centro. Si prendeva l’autubus tutti insieme per andare a far visita in 3 selezionati negozi di musica. Con le 50mila compravo solitamente 2 LP e un EP, o un singolo. Sto parlando di vinili. La scelta era straziante, si passavano ore a scegliere i 3 gioiellini della giornata, quale comprare subito, quale riservare alla settimana successiva. Si contavano le copie, quello di cui erano presenti più copie era il candidato ad essere comprato 7 giorni dopo, gli altri andavano presi subito. A volte la scelta era TROPPO straziante, e allora succedeva che qualche vinile cadeva accidentalmente nel sacchetto. In quegli anni la musica aveva una casa, quel discone nero e solcato protetto da una lucente copertina e tutto andava conservato al meglio. Ascoltando e riascoltando i dischi quel tipico fruscio si faceva sempre più presente, era poesia.
Ciddì. Qualche anno più tardi arrivarono i CD, più piccoli e più costosi. Feci fatica ad abituarmici, vuoi per il prezzo, vuoi perchè collezionare CD non mi è mai sembrato così affascinante come il collezionare LP, vuoi perchè io ho sempre avuto l’idea che la qualità della musica non fosse la stessa. Non so, sul vinile mi è sempre sembrata più calda, accogliente e avvolgente. Dal CD uscivano troppo quei piatti… i suoni acuti più rigidi. Forse è sempre stata solo un’impressione, forse no, forse si. Si arrivò al punto in cui tutti ormai compravano CD, io no, non mi rassegnavo. Era rimasto solo un negozio dei miei preferiti a vendere il vinile (nel frattempo gli amici erano via alle università e a comprare musica ci andavo da solo). L’ultimo che comprai fu Second Coming degli Stone Roses, grande album, non tanto bello come il primo, ma comunque grande. Di CD non ne comprai mai molti, qualcuno tramite quei cataloghi che arrivano per posta, ma sempre versioni economiche di cose che già conoscevo. Seppur meno spaziosa e accogliente, la musica aveva ancora una casa. Quel dischetto luccicante, argenteo, contenuto da una rigida custodia plasticosa della quale dopo qualche tempo ti ritrovi le cernierine di apertura rotte o le linguette ferma cd rotte, e ogni tanto qualche venatura sul fronte, sempre sul fronte, mai dietro, che non ho mai capito come possa crearsi.
Emmepitre. Passano ancora gli anni, arriva internet e arriva l’emmepitre, accompagnato da Napster (santo subito) e tutti i suoi fratellini. Un po’ come tutti, questa volta non feci fatica ad affezionarmi a… a qualche cosa che in effetti non è un qualche cosa, non un qualche cosa di palpabile almeno. Probabilmente all’idea di ascoltare facilmente chili di musica, senza scomodarmi da casa, senza sperare di trovare qualche un titolo per poi non trovarlo, perchè adesso la musica la trovi tutta. Ma la musica, il concetto astratto di musica, quell’entità soave e deliziante che aveva avuto fino a poco tempo prima una residenza fissa, il vinile o il CD, o nel peggiore dei casi la musicassetta, adesso dove risiede? Adesso non colleziono più niente, adesso ARCHIVIO. La musica non ha più una casa. La musica prima stava dentro qualche cosa per essere riprodotta da qualche cos’altro, adesso vive in un impalpabile limbo chiamato emmepitre, esiste e viene riprodotta, stop. Pensare di mettere la musica da qualche parte, oggi, che sia CD o musicassetta o PC, non ha lo stesso valore di ieri, oggi è un artefatto qualsiasi, una convenzione , un’opportunità, nulla di più. La musica in realtà oggi viene sbattuta ovunque, dal pc, al CD, al lettore emmepitre, al console gioco portatile, alla console gioco punto, al tom tom e via dicendo. E chi di noi avrebbe la sensazione di avere una casa propria se ogni giorno fosse sfrattato da una parte per essere ospitato in un altro posto? La musica è rimasta senza una casa.



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