Lady in the water
Una Nurf, figura mitologica delle fiabe orientali, viene trovata nella piscina del condomio “the Cove”, in Philadelphia, dal custode Cleveland che l’aiuterà a portare a termine la propria missione e tornare a casa nel Mondo Azzurro, difendendola da creature malefiche.
Una splendida favola che come tutti i film di M. Night Shyamalan non si limita a raccontare una storia, ma pone un sottotesto dato da scelte di regia, che rende l’intero lavoro gonfio e importante, che ti fermi a leggere i titoli di coda quando finisce e rimani con la sensazione di doverlo riguardare per assimilarlo meglio. Lady in the water sembra per certi versi un proseguio di The village. Mentre nel precedente infatti un gruppo di persone omogenee si rifugiava dalla realtà in un proprio mondo creando un nemico che li tenesse lontani dall’esterno e solo un elemento scatenante negativo dava le motivazioni per affacciarsi verso il resto del mondo, in questo film il gruppo di persone è eterogeneo e multietnico ed il nemico lo vede comparire improvvisamente all’interno insieme all’elemento positivo (la nurf) che invece contribuirà alla redenzione di tutti e darà a tutti un ruolo diverso da quello che ognuno si era costruito all’interno della piccola comunità.
Cosa mi piace di Shyamalan è il suo saper fare cinema controtendenza nel senso che poco gli interessa della velocità dell’azione, raramente si rifà a movimenti di camera vertiginosi o vorticosi (stile matrix per intenderci cosa che ormai fanno tutti) se non assoultamente contestuali al momento e generalmente più per spezzare che per amplificare. I suoi film sono zeppi di piani sequenza, inquadrature fisse o lenti movimenti di camera, sono riflessivi, sono poetici.
Ovviamente la critica lo ha stroncato, motivo in più per guardarlo. Si sa, la critica non è che capisce molto di cinema.


